Il 1° ottobre sarà inaugurata a Roma, nella prestigiosa sede dei Musei Capitolini, la mostra “Tiepolo: i colori del disegno” che si propone di indagare ulteriormente sulla figura e l’opera di quello che è ritenuto, oltre che uno dei pittori più grandi di tutti i tempi, anche uno dei più formidabili talenti nel disegno.

La mostra – che resterà aperta fino al 18 gennaio – è organizzata dal Comune di Roma, in collaborazione con l’Associazione Metamorfosi, si avvale di un team di curatori di grande prestigio formato da Giorgio Marini (Gabinetto disegni della Galleria degli Uffizi), Massimo Favilla e Ruggero Rugolo.
Più della metà dei disegni che saranno presenti, in tutto 44 pezzi, sono stati scelti nella grande collezione di proprietà del Civico Museo Sartorio: 254 disegni donati nel 1910 al Comune dal barone Giuseppe Sartorio.
I curatori hanno voluto, in questa importante occasione, non solo ripercorrere l’evoluzione del linguaggio grafico di Giambattista Tiepolo, ma valorizzare alcune collezioni poco note in Italia, anche se occorre dire che i fogli triestini sono stati esposti in tutte le mostre più rilevanti, compresa quella recente di Villa Manin.
Un nuovo asse Roma-Trieste nel campo dell’arte? “Ci potrebbero essere molte ulteriori occasioni di collaborazione anche in futuro, grazie alla ricchezza dei nostri musei che presentano molti aspetti di vasto interesse e di grande richiamo, sia sul piano nazionale che internazionale” – ha sottolineato il Sindaco Cosolini – .

Comts/RF

Premessa

di Giorgio Marini, Massimo Favilla e Ruggero Rugolo

L’impressionante quantità e varietà dei disegni di Tiepolo si staglia come il più grande monumento della grafica settecentesca. È la stessa incredibile mole di questa produzione – che ci appare peraltro sempre nuova – ad aver sollecitato negli studi degli ultimi cinquant’anni un’adeguata sistematizzazione tipologica, stilistica e cronologica. Allo stesso tempo essa ha stimolato una riflessione critica su come corrisponda a tale inesauribile vena narrativa, intesa per lo più come esercizio autonomo e del tutto privato, una varietà di registri stilistici calibrati dall’artista in rapporto alle diverse funzionalità della sua produzione.
L’arte di Giambattista Tiepolo trova infatti il proprio geniale elemento fondante nel disegno, aspetto che lo vide esprimersi come fecondissimo artefice, e insieme cifra con la quale seppe organizzare e dirigere la diversificata produzione di una singolare bottega familiare, guidando l’attività grafica dei figli Giandomenico e Lorenzo in quello che fu l’ultimo grande esempio di una secolare tradizione veneziana di atelier d’arte.
Dunque al cromatismo del disegno tiepolesco e alla gamma delle sue molteplici tipologie, tecniche e tematiche, si è voluta dedicare la presente occasione, che trova la propria ragione nella felice possibilità di riunire una scelta di opere da raccolte italiane rimaste assai meno conosciute al grande pubblico, con fogli sinora raramente – o mai – esposti, ma eloquenti della natura multiforme di questa attività grafica, aspetto che costituisce di per sé un fatto rilevante.
Nata in stretta collaborazione in special modo con i Civici Musei d’Arte e Storia di Trieste, la mostra vede provenire un nucleo centrale e consistente di opere dalle collezioni triestine del Museo Sartorio, mentre un’ulteriore selezione viene proposta dai fogli ben noti del Museo di Bassano del Grappa e del fondo Fiocco dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.
Ma essa ambisce anche a presentarsi come un’occasione di novità nell’accostare, a quelli, i disegni di Tiepolo appartenuti a tre grandi collezionisti attivi a Firenze tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento: Frederick Stibbert, Herbert Percy Horne e Stefano Bardini, le cui raccolte, oggi opportunamente musealizzate, restano però malauguratamente trascurate non solo dai grandi flussi turistici ma spesso anche dall’interesse degli studiosi. E ancora, un piccolo gruppo di vivaci invenzioni mitologiche di Giandomenico testimonia quella che fu l’importantissima raccolta di fogli veneziani del Settecento riunita all’inizio del secolo scorso dal pittore d’origine goriziana Italico Brass, oggi in parte dispersa.
Le quattro sezioni della mostra riuniscono quindi i disegni e una scelta di acqueforti secondo i nuclei tematici salienti, declinandole al contempo attraverso la gamma delle loro modalità tecniche: dal progetto ai ‘pensieri’, dai ‘ricordi’ ai ‘divertimenti’ e alle repliche sempre variate e inventive di Giandomenico e Lorenzo, come esercizio emulativo dell’opera paterna. Ad essi si aggiunge una calibrata selezione di dipinti, con il compito di introdurre e in qualche modo rappresentare gli esiti pittorici di ciascuna tipologia grafica. Alcuni molto noti, altri invece riemersi o riconosciuti solo dalle ricerche più recenti, tutti contribuiscono a penetrare le dinamiche del linguaggio dei Tiepolo, la cui eccezionale fertilità immaginativa non esclude una costante innovazione nell’iterazione dei modelli.
La nostra gratitudine va dunque alla generosità dei prestatori, pubblici e privati, alla disponibilità dei curatori, alla struttura orgnizzativa dei Musei Capitolini e al suo staff, che ci ha assecondato nella elaborazione del progetto scientifico. Un particolare ringraziamento desideriamo rivolgere a Catherine Whistler, che ha voluto condividere con noi la sua profonda conoscenza dell’arte tiepolesca, a Maria Masau Dan e a Lorenza Resciniti per il loro prezioso contributo sui disegni della collezione Sartorio, e ancor prima a chi ha pensato di coinvolgerci nella sfida appassionante di presentare la grafica di Tiepolo, per la prima volta in maniera organica, al pubblico di Roma.
Roma fu anche il luogo della controversa “riabilitazione” dell’arte tiepolesca, in particolare nell’opera di Giandomenico. Quando nel 1771 la Scuola Grande della Carità di Venezia bandì il concorso per la realizzazione di un dipinto, i bozzetti furono sottoposti al parere dei professori dell’Accademia di San Luca, tra cui Mengs, Pecheux e Natoire. Il vincitore risultò essere Giandomenico Tiepolo, il cui bozzetto venne definito come «il più spiritoso e che più tenga di un certo carattere di valent’uomo», giudizio che esprime la carica vitale e quella singolare varietà dei registri espressivi dell’arte tiepolesca che la mostra si propone appunto di evidenziare.

Presentazione

Maria Masau Dan
direttore dei Civici Musei di Storia e Arte di Trieste e del Museo Revoltella

E’ sempre difficile, per chi ha la responsabilità di un museo, decidere se concedere in prestito o no delle opere importanti per una mostra temporanea. A maggior ragione quando si è di fronte a un progetto scientifico serio e a una richiesta consistente, come è il caso di questa importante mostra di disegni di Tiepolo promossa dai Musei Capitolini. La raccolta dei 254 disegni di Giambattista Tiepolo ereditata nel 1910 dal barone Giuseppe Sartorio è uno dei tesori d’arte della città di Trieste, ed è conservata ed esposta con la massima cura in una sala appositamente attrezzata del Museo Sartorio, la dimora di famiglia che nel 1948 l’ultima erede del barone, Anna Segré Sartorio, ha voluto, a sua volta, donare alla pubblica fruizione. Inutile negare che di primo acchito, a una richiesta di prestito, ci si sente quasi in dovere di dare una risposta negativa, per tutte le ragioni di conservazione che devono essere tenute nel massimo conto quando si custodiscono fogli così preziosi, ma allo stesso tempo in certe situazioni non si può non lasciarsi avvincere dal desiderio di vedere e fare vedere quei disegni in un contesto più ampio, di farli dialogare con altre opere e di comprenderne più in profondità il significato e il valore. Per questo è con grande convinzione che i Musei civici di storia ed arte di Trieste hanno accolto l’invito dei Musei Capitolini di Roma associandosi ben volentieri a un’iniziativa espositiva che segna certamente una tappa fondamentale per la conoscenza del Tiepolo disegnatore e, auspicabilmente, anche per i rapporti di collaborazione fra i musei di Roma e Trieste..

Va considerato, inoltre, che la collezione triestina – benché nota agli studiosi di Tiepolo e utilizzata in diverse mostre – è stata raramente studiata nel suo insieme, per cui l’occasione offertaci da Giorgio Marini, Massimo Favilla e Ruggero Rugolo, di mettere in relazione un nucleo molto rappresentativo dei nostri fogli con altre importanti collezioni di disegni tiepoleschi non poteva non essere colta. Dopo la monografia pubblicata nel 1942 (e aggiornata nel 1972) da Giorgio Vigni, si deve ad Aldo Rizzi il primo lavoro importante, con la schedatura e la pubblicazione di un centinaio di disegni per la mostra Giambattista Tiepolo. Disegni dai Civici Musei di Storia e Arte di Trieste presentata al Museo Sartorio, sotto la direzione di Grazia Bravar, nel 1988-89, mentre nel 2012, in concomitanza con la grande mostra di Villa Manin, che ospitava un nucleo di 54 fogli triestini, il Museo Sartorio ha esposto per la prima volta, a cura di Lorenza Resciniti e Francesca Nodari, ben 140 pezzi, offrendo così una ricca “appendice” alla grande rassegna friulana.

 

La storia di questa collezione è piuttosto interessante perché rispecchia sotto molti aspetti la particolarità della città e la complessità delle vicende storiche di cui è stata al centro. Alla fine dell’Ottocento i Sartorio, di origine ligure, erano una famiglia di imprenditori molto in vista a Trieste, e Giuseppe, nato nel 1838, celibe, si distingueva per una grande passione per l’arte, probabilmente ereditata dal nonno materno, Carlo d’Ottavio Fontana, proprietario, tra l’altro, di una famosa collezione di vasi attici a figure nere e rosse. Amico di artisti e assiduo frequentatore di aste e gallerie (come ricorda il pittore Carlo Wostry nella sua Storia del Circolo Artistico di Trieste, “bastava rimanere un’ora in casa sua per assistere al via vai continuo di gente che veniva a offrirgli delle anticaglie”) nel 1893 fece l’acquisto più fortunato della sua vita. Infatti per soli 1000 fiorini riuscì a convincere lo scultore Stefano Conti che aveva trovato da un mercante, Giuseppe Zanolla, una cassa piena di carte proveniente dall’Istria appartenuta all’incisore bassanese Antonio Viviani, a cedergli i disegni che ne erano emersi, facilmente identificati da Conti come opere di Tiepolo, mentre il venditore non ne aveva colto il valore.

Spesso Giuseppe Sartorio si trovava a contendere gli oggetti più importanti comparsi sul mercato al direttore dei Musei civici di storia ed arte, Alberto Puschi, ma ogni volta che riusciva ad assicurarsi l’acquisto, invitava l’ “avversario” a non curarsene, visto che in futuro le sue collezioni sarebbero state sicuramente destinate ai musei. E così fu: subito dopo la sua morte, avvenuta il 24 giugno 1910, la sorella Paolina e la nipote Anna donarono ai Civici Musei di Storia e Arte, la collezione dei disegni di Tiepolo e altre raccolte d’arte e di pezzi archeologici. La donazione ebbe molto risalto in città, anche se si collocava in una tradizione di mecenatismo e vicinanza alle istituzioni culturali che annoverava casi di grande generosità, primo fra tutti quello del barone Pasquale Revoltella, che nel 1869 aveva lasciato alla città il suo palazzo e tutto il patrimonio d’arte in esso contenuto, oltre a una cospicua dotazione in denaro, per farne un importante museo d’arte moderna. Tradizione che le grandi famiglie triestine seppero mantenere anche dopo la prima guerra mondiale e il passaggio dall’impero austro-ungarico al Regno d’Italia. Infatti come si è già detto nel 1948 Anna Sartorio donò al Comune di Trieste anche la bella villa neoclassica e tutte le collezioni che vi erano ancora conservate, ma era stata preceduta nel 1941 da Mario Morpurgo de Nilma che aveva deciso di lasciare alla città un sontuoso appartamento ricco di arredi e opere d’arte che ben rappresenta ancora oggi i fasti della borghesia imprenditoriale di fine Ottocento.

Giunti in proprietà della città alla vigilia della Grande Guerra i disegni di Tiepolo corsero il serio pericolo di venir perduti a causa delle vicende belliche. Infatti quando le truppe italiane conquistarono Gorizia, nell’agosto 1916, arrivò l’ordine di mettere in salvo il patrimonio artistico triestino in altre zone dell’impero, distanti dal fronte di guerra, e così i disegni partirono per Vienna, ma in realtà rimasero a Lubiana per essere custoditi nel Museo Rudolfinum. Contrariamente alle attese, alla fine della guerra fu impossibile riaverli e riportarli a Trieste. La situazione di tensione politico-diplomatica non lo permise e ancora negli anni trenta la questione era irrisolta. Anche Anna Sartorio, nel 1937, cercò di ottenere l’interessamento del governo italiano, rivolgendosi direttamente a Mussolini per ottenere la restituzione dei disegni a Triesrte, mentre il marito Salvatore Segré, senatore del Regno, si appellò al ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Ma non ottennero che promesse. La questione si sbloccò solo nel 1941, con l’occupazione di Lubiana da parte dell’Italia e l’immediato recupero da parte del Soprintendente Fausto Franco dei preziosi disegni. Come ha scritto Grazia Bravar, forse “l’unico atto per noi positivo di una sciagurata guerra”. Il 23 giugno 1941 con una affollata cerimonia, alla quale partecipò Giulio Carlo Argan, allora funzionario dell’Amministrazione Antichità e Belle Arti impegnato nelle azioni di salvaguardia del patrimonio nazionale, si festeggiò finalmente il ritorno a Trieste della collezione, simbolo di un’eredità culturale preziosa per la città.