Video introduttivo
Piano Terra e Sotterraneo
Primo Piano
Secondo Piano
Piano terra

  1. Biglietteria – Bookshop
  2. Guardaroba
  3. Atrio
  4. Salone di caccia con affreschi originari
  5. Biblioteca Sartorio: librerie originali con oltre 6.000 volumi
  6. Sala espositiva
  7. Cucina: focolare, credenze e suppellettili della casa e altre donate da Fulvia Costantinides
  8. Mostra: Capolavori provenienti dall’Istria
  9. Mostra: Capolavori provenienti dall’Istria
  10. Cantina vini e deposito carbone
  11. Quadreria “Laura Ruaro Loseri” nell’ex-scuderia: dipinti delle collezioni dei Civici Musei di Storia ed Arte (visita su prenotazione e in occasione di aperture speciali)
  12. Gipsoteca-gliptoteca nell’ex rimessa carrozze: 600 sculture del XIX-XX secolo
  13. Carrozza del barone Giuseppe Sartorio
  14. Giardino d’inverno delle sculturea
  15. Laboratorio di Restauro
  16. Sala espositiva
  17. Cappella con arredi originari
  18. Sala “Giorgio Costantinides” nella ex-serra: convegni, concerti, conferenze, mostre.
Sotterraneo

  1. Spazio espositivo:  Ceramica italiana dal Medioevo all’Ottocento
  2. Collezione di gioielli, bijoux, ceramiche, vetri e argenti donati da Fulvia Costantinides

SALONE DI CACCIA [4]

 

LA BIBLIOTECA [5]

La biblioteca, suddivisa in tre ambienti, espone le librerie ottocentesche che conservano i circa seimila volumi di letteratura del Sette-Ottocento americana e letteratura classica. Tra essi una rara sezione di opere massoniche settecentesche, una di libri di viaggi, manuali di agricoltura, agraria e giardinaggio, tutti preziosamente rilegati.

Le stanze sono ricche di quadri che appartennero alla famiglia Sartorio. Giungendo dal salone, nella prima spiccano sei vivaci dipinti di vita e di costume veneziani del Settecento sotto il titolo Il complessino delle maschere, rievocano analoghi modelli di Pietro Longhi: Il campiello e La regata; Il parlatorio delle monache, Il ricevimento, Il desinare, Merciai alla fiera della Sensa.

Nella seconda biblioteca prevalgono dipinti e disegni che hanno per soggetto vedute di città italiane ed europee, animati mercati e architetture e campielli della Venezia dell’Ottocento: Mercato di Gent, piccola opera resa con ricercatezza quasi miniaturistica da Eduard Gaertner (Berlino 1801 – ivi 1877) del 1835; sopra il divano, due pendant di Carlo Gilio (? – Milano 1841), Interno della basilica dei Frari a Venezia e Mercato di Vicenza del 1840. Sopra la libreria di fronte all’entrata tre delicati acquerelli: Veduta di Meta, Grotta del cane, Golfo di Castellamare; sopra l’altra libreria 4 sculture in gesso raffigurano da sinistra: Ariosto, Dante, Petrarca e Tasso. Attorno alcuni gustosi acquerelli di Martino del Don descrivono nei più piccoli particolari la Venezia del tempo: Quattro personaggi in un interno veneziano, Interno della basilica di San Marco con l’acqua alta, Il cavadenti in piazza Santi Giovanni e Paolo a Venezia, Interno di Palazzo Ducale, Gruppo di famiglia in un interno, Scorcio della navata sinistra della basilica di San Marco. Al centro della sala spiccano sul tavolino idue globi terrestre e celeste di Wilhelm Janszoon Blaeu Tra i più celebri autori che operarono ad Amsterdam tra la fine del XVI e la prima metà del XVIII secolo.

Wilhelm Janszoon Blaeu – nato ad Alkmaar nel 1571 e morto ad Amsterdam nel 1638- fu cosmografo ufficiale degli Stati Generali d’Olanda e lavorando per la Compagnia delle Indie Orientali curò, in base alle nuove scoperte, l’aggiornamento costante dei suoi globi (quello terrestre delineato nel 1599 e quello celeste nel 1603) in quanto questi strumenti ricoprivano una funzione prevalentemente pratica ai fini degli intensi commerci con le nuove terre.

I due globi sono realizzati in gesso su cartapesta, con parti in ottone e base in legno. Sui globi sono applicati 12 fusi da polo a polo, riprodotti da incisioni in rame, che nel globo celeste sono stati colorati e in ambedue i casi verniciati.

Il globo terrestre, realizzato ad Amsterdam, è un aggiornamento databile tra 1634 e 1641 dell’originale del 1599, come si può rilevare dall’osservazione di alcuni particolari quali le isole del Giappone, dell’Australia e della penisola della California. E’ approssimativamente in scala 1 : 37.500.000.

Il globo celeste, basato sull’originale del 1603, è databile a dopo il 1621.

Nella terza biblioteca dipinti di pregio quali Il pifferaio di Francesco Zugno, e l’incantevole esempio di ritrattistica idealizzante neoclassica Ritratto di giovinetta, forse tra i capolavori di Giovan Battista Lampi il Giovane (Trento 1775 – Vienna 1837). Il trionfo di Anfitrite, copia da Giambattista Tiepolo per gli affreschi di palazzo Clerici a Milano, La ragazza schiaccianoci del danese Eberhard Keil (Monsù Bernardo; Helsingor 1624 – Roma 1687), che fu allievo di Rembrant; Allegoria della vanità firmato e datato Francesco Frangipanni 1690, pittura di strettissima pertinenza barocca. Attribuita all’anconitano Pietro Bini (seconda metà ‘700 – prima metà ‘800) è la violenta scena tratta dal dramma Don Giovanni intitolata Il convitato di pietra. Di innegabile attrazione il ritratto Giovane in costume direttorio (1794) della pittrice Kiliane de Herzleine Ritratto di giovinetta, fra i capolavori di Giovanni Battista Lampi il Giovane (Trento 1775-Vienna 1837). Ancora due preziosissimi carboncini firmati Domenico Tintoretto databili 1600-1610, raffiguranti Resurrezione di Lazzaro e Decollazione di San Cristoforo.

SALA ESPOSITIVA [6]

Questo ambiente un tempo di servizio, attiguo alla cucina, fu restaurato e trasformato in sala espositiva nel 2001 grazie al generoso contributo della famiglia Costantinides. Conserva ancora integro il pavimento a terrazzo veneziano che si unisce a quello in legno realizzato nel 2001. L’arredamento consiste in una coppia di piccole librerie, un pregevole cassettone del Settecento intarsiato con sopra tre dipinti di Giovanni Pagliarini (Ferrara 1808-1878), Mangiatore di pasta e fagioli, Il fiuta tabacco, L’Ostricaio, due cassapanche, un cassone nuziale. Alle pareti, dipinti di diverse epoche: Paesaggio con frati di Alessandro Magnasco (Genova 1667 – ivi 1749), due opere di Arturo Rietti, Natura morta con fagiano firmato e datato dal triestino Francesco Malacrea 1857, sulla stessa parete di fronte, di soggetto popolare, La ragazza schiaccianoci di Eberhard Keil (detto Monsù Bernardo; Helsingor, Danimarca 1624-Roma 1687), donato a Giuseppe Sartorio dall’amico e pittore triestino Carlo Wostry; sotto, ben si intonano le piccole tele, Pastorella e Pastorello e Il paese della cuccagna, copia da Peter Brugel. Più a destra Il bucintoro davanti al Lido disegno firmato Giacomo de Guardi (Venezia 1764-1835).

CUCINE [7]

 

QUADRERIA [11]

GIPSOTECA – GLIPTOTECA [12]

Inaugurata il 24 maggio 2000 la Gipsoteca-Gliptoteca è stata collocata nello spazio espositivo ristrutturato e restaurato da Fulvia e Fulvio Costantinides con il finanziamento della Provincia di Trieste e i capitali del Lascito Nugent al Comune di Trieste.

Il completo restauro delle opere d’arte è stato reso possibile dallo straordinario e generoso contributo del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti elargito in occasione del XXXII Congresso Nazionale tenutosi a Trieste nell’anno 2000.

I Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste possiedono una ricca collezione scultorea: più di 500 pezzi, giunti dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi in diversi atti di donazione, per esempio da parte degli artisti stessi o dei loro eredi che desideravano vedere eternata la memoria dei loro avi.

Un tempo buona parte della collezione era esposta nel Civico Museo di Storia Patria, ospitato inizialmente nella villa Basevi – bombardata durante il secondo conflitto mondiale – e successivamente nella sede di via Imbriani 5, oppure riposta in appositi ambienti.

Gli esemplari più antichi della collezione di gessi dei Civici Musei di Storia ed Arte sono quattro calchi di opere di Antonio Canova, realizzati dall’artista stesso: il busto di Napoleone Bonaparte, i ritratti di Carolina Murat Bonaparte e Gioacchino Murat (le cui realizzazioni in marmo sono oggi perdute) e l’autoritratto di Canova. Il nucleo fondamentale comprende però opere in gesso ed alcune sculture in bronzo e in marmo di scultori triestini e non, databili dagli inizi del XIX secolo alla metà del XX: bozzetti o realizzazioni di opere poi tradotte in pietra o in bronzo per decorare i palazzi della città (per esempio il palazzo della RAS), le tombe dei cittadini più illustri del Cimitero di Sant’Anna, oppure per commemorare triestini eccellenti (ad esempio i busti nel Giardino Pubblico).

Vanno ricordati anche i numerosi bozzetti presentati ai concorsi per i monumenti a Domenico Rossetti, Ferdinando Massimiliano d’Asburgo, Guglielmo Oberdan, di cui vennero realizzati solamente quelli vincitori.

 

Le gipsoteche sono collezioni fondamentali per comprendere il processo esecutivo che porta – nell’Ottocento e nel Novecento – alla realizzazione di un’opera scultorea: dopo la modellazione del bozzetto in terracotta, il passaggio fondamentale è la creazione del modello in gesso, nella grandezza dell’opera effettiva, indispensabile per la fusione in bronzo o per l’esecuzione in marmo. La trasposizione del modello nel marmo avveniva tramite il riporto delle misure dal gesso alla pietra con strumenti (squadra, compasso, pantografo) e lo scultore interveniva poi nella fase finale, con i tocchi conclusivi.

Le gipsoteche contenenti sculture di autori dell’Ottocento e del Novecento non vanno quindi confuse con quelle di calchi di opere d’arte antiche, realizzati come modelli per gli studenti delle Accademie, né come raccolte di copie, ma al contrario si può paradossalmente considerare la statua in marmo una “copia” di quella in gesso, e non viceversa. Addirittura molte sculture in gesso non sono state mai realizzate in marmo, perché non sempre gli artisti trovavano committenti adatti, quindi la vera espressione creativa dello scultore rimaneva allo stato di gesso. La collezione di gessi dei Civici Musei di Storia ed Arte si inserisce in questo filone, poiché comprende numerosi esemplari in gesso di opere di scultori triestini come Giovanni Depaul (1825-1918), Giuseppe Capolino (1828-1858), Giovanni Mayer (1863-1943), Gianni Marin (1875-1926), Antonio Camaur (1875-1919) ed altri fino ad arrivare a Marcello Mascherini (1906-1983) a Ugo Carà e a Nino Spagnoli, che testimoniano il fervere dell’attività artistica a Trieste nella seconda metà dell’Ottocento e nel secolo seguente, fino a oggi.

A tutt’oggi in Friuli-Venezia Giulia non esiste una gipsoteca.

La più vicina – e forse la più famosa in assoluto – è quella di Antonio Canova a Possagno, suo paese natale. Viceversa in Italia esistono diverse gipsoteche dedicate per lo più ad artisti dell’Ottocento e del Novecento, ed ubicate nei loro paesi di origine. Negli ultimi anni alcune di esse sono state riallestite e riaperte, come quella di Libero Andreotti (1875-1933) a Pescia (1996), di Leonardo Bistolfi (1859-1933) a Casale Monferrato, di Vincenzo Vela (1820-1891) a Ligornetto nel Canton Ticino, Svizzera (2001), per citare solo quelle di più recente apertura.

L’apertura della gipsoteca-gliptoteca dei Civici Musei di Storia ed Arte presso il Civico Museo Sartorio ed il suo allestimento in uno spazio apposito di 130 metri quadrati – che ospitava l’antica scuderia di Villa Sartorio – nell’ambito dei lavori di restauro finanziati con intento mecenatesco dalla famiglia Costantinides restituiscono così alla fruizione pubblica una grande quantità di opere d’arte mai esposte in precedenza, ed alla città di Trieste, agli artisti ed agli intenditori un altro importante frammento della storia artistica e culturale triestina, offrendo una panoramica unica nella regione sugli scultori locali.

 

GIARDINO D’INVERNO DELLE SCULTURE [14]

SALA “GIORGIO COSTANTIDINES” [18]

[43] CERAMICA ITALIANA DAL MEDIOEVO ALL’OTTOCENTO
CERAMICA TRIESTINA DEL SETTECENTO

Il prezioso e vario vasellame qui esposto proviene dalle più importanti manifatture italiane e si conclude con esempi di produzione inglese e triestina.
Si tratta di circa duecentocinquanta pezzi scelti tra i moltissimi di proprietà dei Civici Musei di Storia ed Arte, in massima parte frutto di lasciti di alcune famiglie triestine, quali Sartorio, Morpurgo, Currò e Rusconi, e solo in minima parte acquistati e donati occasionalmente.
Negli anni Sessanta del ‘900 tutto questo materiale – piatti, alzate, crespine, coppe, tazze, boccali, contenitori da farmacia – venne studiato con grande dedizione da Bianca Maria Favetta, conservatore dei Musei di storia ed arte di Trieste, e infine esposto nel 1966; da allora il nucleo è stato diversamente presentato e aggiornato scientificamente.
L’allestimento evidenzia la produzione di diverse aree geografiche.

L’esposizione inizia con alcuni esempi di cosiddetta maiolica arcaica del ‘400 prodotta a Orvieto ed alcuni straordinari manufatti provenienti da Faenza; seguono boccali eseguiti a Pesaro e a Deruta, caratterizzati dalla decorazione a grottesche.
Si passa poi all’esemplificazione delle manifatture pisana e di Montelupo con soli tre pezzi, mentre accanto è rappresentato il Veneto, la sua produzione dal XV al XVIII secolo, con il culmine raggiunto dalle officine di Bassano e Nove.

Il resto dell’Italia trova spazio nelle vetrine successive: le forme sia semplici che complesse, dominate dalla monocromia del blu, della produzione ligure; i rinomati manufatti della famiglia Grue di Castelli d’Abruzzo; i piatti e gli albarelli dai motivi geometrici di ispirazione araba dell’Italia meridionale.

 

A conclusione le ultime quattro vetrine espongono settanta notevoli esemplari della ceramica triestina degli ultimi tre decenni del Settecento.
Nella vetrine sono esposti esemplari notevoli della ceramica triestina: vasellame in terraglia fine, caratterizzato dall’equilibrio e dall’armonia delle superfici eburnee, lisce e prive di cromatismi, dai delicati ornati a traforo e dalla nitidezza dei rilievi.
La prima vetrina accoglie alcuni manufatti della nota produzione inglese di Josiah Wedgwood (Burslem, Staffordshire 1730-1795), famoso per i gres con decorazioni a cammeo e per la straordinaria invenzione delle terraglie dagli impasti bianchi e purissimi, dalla vernice trasparente e prive di decorazioni dipinte, che influenzarono la produzione triestina del ‘700.

A Trieste, infatti, nel 1773 Giacomo Balletti aprì nella zona della dei Santi Martiri (quindi accanto a questa villa), con una concessione privativa decennale dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, una fabbrica di maioliche e faianse dipinte, su ispirazione di quelle inglesi. Nel 1776 Balletti la vendette a Pietro Lorenzi, che ne continuò l’attività. Esattamente dieci anni dopo, nel 1783, scaduta la privativa, aprirono altre due fabbriche, quella di Giuseppe Santini e Ludovico Sinibaldi e quella di Mattia Filippuzzi a dimostrare il successo e la richiesta di questo prodotto. Le fabbriche tuttavia chiusero nel 1813, causa l’occupazione francese della città, e non riaprirono più. Un lavorante di queste partì per Bassano portando con se la formula e vi aprì una fabbrica.
Oggi nella città veneta questa particolare ceramica bianca viene ancora prodotta.